codipecpegaso

Perché ci siamo

Una rete fatta di mani, fatta di corpi abbracciati, che si stringono, legati insieme dalla consapevolezza di essere corpi che meritano una vita felice. Mani che si legano e che creano un appiglio, un intreccio che ti prende, che ti accoglie tra le sue maglie che non fanno male, ma che salvano, che ti permettono di lanciarti nella vita autentica: non sei più costrett* a fingere, non sei più costrett* a sentire la paura, non dei più mentire a te stess* quando sai che, una volta fatto il salto dell’affermazione di sé, non cadrai nel vuoto, non troverai selciato, ma mani, braccia che si tendono a che non procurano escoriazioni.

È questo il desiderio di noi che fondiamo il Codipec Pegaso: creare una rete d’affetti, di ascolto, di consiglio e forte aiuto; una rete di corpi vivi che lottano per il diritto di piena cittadinanza e che, prima di tutto, lottano con la propria presenza, perché non c’è atto politico più disarmante che la verità nuda del proprio corpo.

Anche per questo motivo abbiamo scelto e realizzato il nostro logo: un arcobaleno di corpi che si tengono per mano e che si offrono nella loro più assoluta verità. Mi è stato chiesto del perché non fossero state rappresentate le donne; la risposta è che quei pupazzetti/ quelle pupazzette potrebbero essere tutte donne, poiché una femmina non è data dalla gonna che porta o non porta. Se riflettiamo sulla valenza del simbolo, di un segno grafico che nella sua totale semplicità deve contenere lo stereotipo adatto a farci individuare il suo riferimento, scopriamo che se ci aspettiamo un omino con la gonna a rappresentare una femmina, allora siamo vittime del pensiero del patriarca. È per questo motivo che ho rappresentato maschi, femmine, trans, unicamente come corpi, forse tutt* coi pantaloni, o tutt* con le autoreggenti o, ed è quello che credo, tutt* nud*.

E la rete, per ognun* che vi salta dentro, si accresce, si fortifica nella gioia di appartenere ad un mondo, ad una alternativa, ad una visione includente dove tutt* lottano per superare il monolitico pensiero dominante ed oppressore, per l’esplosione dei corpi nella loro pluralità caleidoscopica, per la felicità dell’autodeterminazione, per la scoperta dell’altr* da sé con rinnovato stupore, uno stupore che non significhi diffidenza, ma che abbia la bocca spalancata della curiosità da cui nasce la domanda posta per comprendere e conoscere.

***

Ci piacerebbe che la gente pensasse che non si tratta dell’ennesima associazione, ma di un esperimento nuovo per almeno due ragioni.Non nasce da una scissione, bensì dall’unione di soggetti di realtà diverse.
Alcune e alcuni di noi provengono dall’esperienza dell’Open Mind e, per buona parte, la nostra storia coincide con quella di tale associazione. Almeno fino a quando noi eravamo lì dentro. Non rinneghiamo nulla di quella esperienza, sebbene abbiamo preso atto, e non senza lacerazioni profonde, che essa era esaurita.

Il Pegaso’s Club (l’altra realtà che concorre alla formazione del Codipec), inoltre, con l’Open Mind ha battagliato e non per poco tempo. Per anni ci siamo guardati in cagnesco e solo la collaborazione agli ultimi pride cittadini – quello del 2007 e quello del 2008 – ci ha fatto capire che siamo, dentro il movimento e di fronte alla società, prima di ogni altra cosa, individui GLBTQ che lottano per la stessa causa.

Fare questo percorso assieme è stato naturale. Decidere di unirci in un progetto comune, invece, non facile. Per tutta una serie di ragioni che possono essere facilmente comprensibili a chi milita dentro associazioni o partiti. Ma necessario.

La seconda ragione per cui il Codipec non è l’ennesimo centro, sta nel fatto che sarà un luogo di raccordo tra tutte quelle realtà GLBTQ, e non, che desiderano fare un percorso politico assieme. Senza preclusioni ideologiche, ma nel segno della centralità della questione omosessuale. In nome di un’identità che si apre alle altre per una reciproca conoscenza.

A ben vedere una cosa del genere è già accaduta in Sicilia, quando, domenica 17 maggio 2009, nove associazioni siciliane si sono unite senza bandiere per la lotta all’omofobia. Dobbiamo solo ripetere il miracolo per altre cose e, poiché il da farsi è tanto, tutti possono trovare il giusto spazio.

Per cui, miei cari e mie care, il lavoro di questi giorni è tanto, sconfinato e duro. Ma è un lavoro che riempie tutte e tutti noi di orgoglio per aver ritrovato la voglia di fare, per aver tracciato una strada, per aver capito di crederci ancora.

È un percorso poco facile, lo sappiamo. Ma non farlo significherebbe rinunciare a una parte imprescindibile di noi stessi e di noi stesse.

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